20/08/25

"Ma solo un punto..."

INFERNA DANCTIS – Orkestra Constriptor

Voce: Vincenzo Di Bonaventura 
Chitarra: Danilo Cognigni
 
Ospitale delle Associazioni
Grottammare Alta 
16 -17 Agosto 2025 
 

" Ma solo un punto…”

 

Per più fiate li occhi ci sospinse 
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
 
(Divina Commedia. Inferno, c.V , vv.130-132)

 
 
È pittura, è scultura, è cinema perfino, la lingua di Dante, il suo endecasillabo contiene la purezza dell’italico suono e tutte le possibilità espressive consentite all’umano.
Muove da qui stasera l’attore-solista: che solista oggi non è, perché la voce della chitarra sciabola lo spazio e graffia, percuote, chiama, in tutt’uno con la voce umana, e insieme - Vincenzo e Danilo - scolpiscono quel loco d’ogne luce muto, Inferno di pena e disperazione che dei dannati stravolge le sembianze, frantuma la voce.
Come quella di  Francesca, che nell’imponente impianto acustico si fa suono scosceso e roco, grumo di dolore nell’espiazione eterna, per divenire poi narrazione dolente, rimpianto di dolcezza assaporata appena e subito perduta  - Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria - e stupore, quasi, per quella forza incoercibile d’amore che perderà gli amanti quando la lettura galeotta di Lancialotto come amor lo strinse, disvelerà a entrambi la reciproca attrazione e impallidirà i volti nell’incontro degli sguardi… Ma solo un punto fu quel che ci vinse 
 
[Rifletterà più avanti col suo pubblico, il nostro attore solista, rendendo con travolgente chiarezza la contemporaneità del poeta: quella sciabolata di luce gettata nella profondità del cuore umano attraversa 700 anni e viene a dirci oggi, nel nostro martoriato presente, che la follia del mondo dovrà trovare sì, anch’essa “solo un punto”: quello che basti non per esserne vinti come i due infelici amanti bensì per convergere e rinsavire, e da un oggi in avaria dell’umano uscire alla piena luce di una ritrovata umanità; dallo stato bruto di pecore matte - nel quale continuiamo a precipitare perché è caduto il respiro che univa l’uomo alla pena / dell’uomo - riemergere alla coscienza di un diverso orizzonte che ci renda degni di salvezza. 
“Solo un punto potrebbe bastare, o non ci resterà che attendere il primate futuro* che torneremo ad essere]. 

 

Ma è iniziato ben prima del quinto Canto, stasera, il viaggio poetico-musicale della “macchina narrante e concertante”: la voce e le percussioni di Vincenzo, le chitarre di Danilo mescolano il tessuto sonoro alla duttilità dell’endecasillabo dantesco, si fanno partitura musicale di un’architettura linguistica che mai fu più alta dal Trecento a noi.
Nel “brivido allucinatorio” che ne deriva, lo spazio intorno a noi si fa altro e ci scaglia nell’oltremondo dantesco, nell’aria sanza tempo tinta, nell’assenza di tempo e di luce che è assenza di speranza.

 

E dallo smarrimento nella selva all’incontro con le tre fiere, all’intervento salvifico di Virgilio, ai dubbi del poeta che Beatrice illumina e dissolve, fino all’impatto brutale con la disperazione dei dannati, è sempre la sostanza umana del poeta che s’interroga, che si dibatte tra la pietà per i dannati e la profonda coscienza morale e religiosa che gli impone di accettare la divina giustizia.

 

Da qui in poi - la porta infernale e la terribile scritta alla sua sommità, le anime che Caronte spinge sulla barca e batte col remo  qualunque s’adagia, le schiere degli ignavi alla cui viltà si rivolge il disprezzo del poeta e del suo maestro, il dolcissimo incontro con Virgilio, le ombre antiche, gli spiriti magni nel Limbo, le creature infernali e mitologiche – l’esperienza extrasensoriale del poeta procede in un trapasso incessante dal particolare all’universale: poiché di continuo la politica e la storia, e l’esperienza viva e terrena del poeta irrompono nell’incontro con le ombre dei dannati. 
Ed è confronto incessante con la propria materia di uomo, è messaggio morale che nell’accorata pietà per l’umanità tragica di Francesca e di Paolo trova uno dei punti più alti: nella fragilità di Francesca il poeta vede rispecchiata la propria, e al tempo stesso cade la fede stilnovistica nell’amore-virtù; la certezza dell’amore come forza che sublima e innalza cede all’impatto con la visione dell’amore che uccide: il poeta ne è sopraffatto, e venni men, sì com’io morisse.
 
Continuerà negli incontri a venire, il viaggio dell’instancabile macchina attoriale - nostra navicella di salvezza - nel verso e nell’oltremondo dantesco: con noi pochi e privilegiati viaggiatori spinti da bisogno di volare, stregati dal moto ondulatorio e sussultorio dei versi e della musica. 
Abbiamo bisogno di quel canto poetico. 
Incapaci di decifrare l’insensato presente, increduli al cospetto della barbarie che ci sovrasta e del silenzio di un mondo arreso, cercheremo ancora ostinatamente quel punto, solo un punto, che ci vinca  e ci possieda.

 

 

*i corsivi sono tratti dalle raccolte poetiche di Giarmando Dimarti
 

Sara Di Giuseppe - 19 agosto 2025

17/08/25

NON APRITE QUELLA PORTA

ovvero
Trump e Putin in Alaska

     Servissero conferme - ma non servono - della qualità pietosa dell’informazione, delle vette di scempiaggine su cui cerca di arrampicarsi, riuscendoci benone, gran parte del giornalismo italiota, basterebbe aver guardato la sera del 15 agosto servizi giornalistici e talk televisivi d’accompagno (Rai, La7 e tutto il cucuzzaro della dis-informazione, televisiva e non) la diretta dell’arrivo in Alaska - per il summit sull’Ucraina - dei due soggetti psichiatrici a cui incomprensibilmente una parte altrettanto disturbata dell’umanità ha delegato il governo delle proprie sorti.

     Inquadratura fissa per un tempo in(de)finito sul portellone ostinatamente chiuso dell’Air Force One. E tu, per quanto ti sforzi di non farlo, ti fai venire in mente - non senza un pizzico di speranza - la scena finale di Zabriskie Point del grande Antonioni: immobilità assoluta e silenzio nel lunare paesaggio della Death Valley, la fanciulla guarda la collina desertica su cui posa l’enorme arrogante villona; di colpo un’esplosione enorme, anzi più esplosioni  - sorta di visonaria, palingenetica ecpirosi - e nell’aria volano e volteggiano come in una danza e ricadono giù sulle armonie dei Pink Floyd tutti i simboli del potere consumistico (correvano gli anni Settanta del ‘900, un’era geologica fa, e una disillusione collettiva che, nel rifiuto delle mistificazioni del potere, almeno aveva grandi maestri a rappresentarla).   

 
Passa l’attimo, torni a terra non senza fastidio e vedi i giornalisti in studio che trepidanti commentano quella porta chiusa, quel portellone muto, chissà che succede là dietro (un litigio, un infarto, una sveltina per allentare la tensione… non lo dicono ma lo pensano, proprio come noi) e si avvitano e s’incartano e interrogano gli “esperti”…

Finchè esplode il grido liberatorio: è uscito!

E un altro imperdibile momento cinematografico ci sovviene, quello in cui il servo del Marchese del Grillo grida a tutto il signorile palazzo, fino a quel momento congelato nel silenzio, un sonoro romanesco S’è svejiatooo! e l’operosità di sguatteri e popolino riprende.

 

Ecco quindi i servitori (lapsus, i giornalisti) commentare implacabili, dell’ammerecano, il passo, l’andatura, la cravatta, il gatto morto sul cranio arancione, il tappeto rosso che prima, dice la giornalista, ci hanno passato l’aspirapolvere, l’ho proprio visto io prima d’andare in onda… e capisci che l’acuta anchorwoman è stata a un passo dal chiedere in ginocchio la marca del magico arnese, dovesse averne bisogno... 

 

Poi arriva al ralenti l’aereo di quell’altro, il soggetto psichiatrico numero due, e quelli in studio a descriverli sbavando seriosi, e commentarli come se non li avessimo visti, noi e loro, decine di volte scendere - talvolta inciampare, quasi ruzzolare… - ma anche avventurosamente camminar salutando, un piede dopo l’altro (pensate, camminano perfino, anche se non sulle acque), come fossimo bambini scemi a cui additare il re e la regina e il principino, uhh guarda come sono belli, magri e biondi…

 

 Il resto della serata - il disquisire del nulla, il secondo te era più teso quello o quell’altro, il di sicuro è un momento storico signori miei, ma noi saremo sempre qui per la maratona in diretta - decidiamo di risparmiarcelo perché vogliamo ancora un po’ di bene a noi stessi. (…)

Ci resta addosso l’appiccicaticcio fastidioso di ciò che abbiamo visto e sentito. Ci restano le cronache successive, il giornalismo che con pochissime eccezioni, pur di non smentire i trionfalismi precedenti, le lenzuolate poggiate sul nulla e grondanti pronostici e ottimismi sull’epocale incontro - una boiata pazzesca direbbe Fantozzi, e stavolta La corazzata Potëmkin non c’entrerebbe - continua a cercare senso e contenuto in ciò che è solo un teatro dell’assurdo che gronda sangue e macerie e denaro da oltre tre anni (e non solo).

 

Ci resta la chiarezza del motivo per cui siamo agli ultimi posti nella graduatoria mondiale per qualità e indipendenza dell’informazione.

 

Ci resta, perentoria, la sensazione che ciò che avremmo voluto vedere e sentire è almeno un giornalista, uno solo, che dicesse: 

                           Non aprite quella porta. Lasciateli lì dentro. Per sempre.
 
Sara Di Giuseppe - 17 agosto 2025

05/08/25

ANGELO e DIABOLIKO


Però, per raccontare e disegnare – da par suo – Diabolik con Grottammare, Angelo (nomen omen) non aveva bisogno di essere diaboliko.

Educazione, riservatezza, eleganza, precisione, generosità, gusto. Come pochi.

 

5 agosto 2025               giorgio

27/07/25

D’ACQUA E DI NUVOLE

foto Amat

 
CIVITANOVADANZA FESTIVAL 2025
 
SEASONS
OLTRE LE STAGIONI
 
Kataklò Athletic Dance Theater
 
Musiche  A.Vivaldi – Max Richter
 
Fermo - Villa Vitali
23.7.’25 

 

 
 
Il nostro corpo è d’acqua,
di nuvole fra poco*

 
Aria e nuvole, acqua e venti, armonie e dissonanze: tutta la luminosa bellezza, i chiaroscuri e i contrasti del sontuoso spettacolo che chiamiamo Natura sono evocati su questo palco; qui la danza ricrea il reale, reinventa codici e linguaggi del mondo animale e vegetale solo apparentemente misteriosi; qui la musica ruba suoni alla terra e all’aria, e l’alfabeto della danza si fonde intimamente col vigore delle note vivaldiane, coi paesaggi emotivi della contemporanea e innovativa maestria di Richter.

Di quel tempio che è la Natura, dove l’uomo tra foreste di simboli s’avanza, è la danza coi suoi arabeschi di movimento ad evocare la parabola esistenziale, a estrarne gli elementi simbolici - la lotta per la sopravvivenza, i cicli vitali, l’avvicendarsi delle stagioni – e a farsi contemporaneamente metamorfosi, ricavando  dalla natura forme e suggestioni che appaiono misteriose solo perché distanti, nella loro perfetta sapienza, dall’arrogante imperfezione umana. 
Dall’onomatopea fino alle armonie di Richter, alle cattedrali di note del genio vivaldiano, il tessuto sonoro - parte attiva della narrazione - ne approfondisce la portata emotiva, si amalgama alle soluzioni visive e acustiche, alle ipnotiche creazioni scenografiche: continuo ne è il fluire che incastona e modella nella danza microcosmi aerei, terrestri, acquatici di cui l’umano è parte pur nella sua non sempre consapevole finitezza.

  

Fisicità degli interpreti, straordinario atletismo, energia dei corpi che è leggerezza apparentemente ignara di gravità, nitore classico unito a geometrico rigore del singolo movimento: un amalgama che nelle forme dell'arte ricrea la perfezione delle leggi naturali, il sortilegio che intimamente lega queste all’intelligenza dei comportamenti animali.
Gli interpreti, disegnando la scena in ritmi ora convulsi ora distesi, in continuo disarticolarsi e ricomporsi, evocano la suggestione di comportamenti sociali - così  del mondo animale come di quello vegetale - tanto organizzati e sofisticati da bastare a rovesciare ogni nostro specismo e presunzione di superiorità.
Nell’armonia che interconnette profondamente ogni singolo elemento del mondo naturale, solo nostro è infatti il limite che impedisce spesso di cogliere ciò che la natura ci porge: quando lo facciamo, è quasi percezione di un che di magico, o forse è solo nostalgia di una perfezione che è negata all’umano.

 

Difficile, al termine, tornare a vedere i giovani straordinari interpreti come uomini e donne reali, dopo tanto visionario “viaggiare”. 
Ci pensano loro, a ridarci appigli e concretezza: danzando il finale sulle note di un ammaliante Sting e dei campi d'oro del suo Fields of Gold, ricambiando l’entusiasmo del pubblico con scanzonata allegria, salutandoci con gioiosa freschezza. Quasi abbiano solo giocato divertendosi, e non illuminato di bellezza, d'incanto e di sicura eccellente professionalità questo nostro spazio, stasera.


*(Franco .Arminio, in Cedi la strada agli alberi)
 

23/07/25

LE GERARCHIE DELLA MORTE

Foto Il Fatto Quotidiano
GAZA – Morti di serie A.

Numero: tre.
Religione: cristiana. 
Come: raid israeliani di Netanyahu
Dove: Chiesa cristiana del Sacro Cuore
Quando:  17 luglio ‘25

 

GAZA – Morti di serie B.

Numero: sessantamila  - e passa, non aggiornato – (diciottomila i bambini, di media 30 al giorno, in crescendo)
Religione: musulmana / varie / altro. 
Come:  raid israeliani - cecchini israeliani - carri armati israeliani - bombe israeliane/europee/americane
Dove: ovunque cadano bombe: case, strade, ospedali , scuole,  mercati; nei centri di distribuzione viveri si preferisce il tiro al piccione o sparare sul mucchio. 
Quando : ogni giorno - ogni notte. Da 21 mesi.

 REAZIONI. 
 
Morti di serie A (v.tabella) : in Italia e in Europa immediato e unanime si leva il grido di orrore. 

 

Fratelladitaglia: si straccia le vesti (è metaforico, i 365 completi Armani se li tiene ben stretti, anzi larghi).
Tajani ministro a sua insaputa, bela “Spero si sia trattato di errore”: è l’idiota al potere, ce n’è in ogni paese. 
Papa : declama un vibrante “devono tacere le armi”, che neanche Laurence Olivier, quindi ringrazia il pubblico plaudente, bravo-bis ed esce dalla comune; 
poi  manda Pizzaballa - che a Gersualemme ci sta già - a portare scatoloni, com’è umano lei; 
poi riceve la telefonata di scuse dell’amico Bibi (Netanyhau) per l’errore  - “gesto in sé positivo” dice Parolin - e chissà se con l’occasione, tra una facezia e l’altra, gli ha chiesto dei 60 mila e passa morti per bombe, per assedio e per fame. Buttiamoci a indovinare: NO;
poi soddisfatto torna a seguire la ristrutturazione del resort di Castel Gandolfo, personalmente di persona perché gli operai non sono più quelli di una volta signora mia.
Mattarella: “Basta guerre!”, tuona (oddio, tuona…). Poi lo informano che a Gaza non c’è una guerra ma un genocidio pianificato e sistematicamente attuato. Lui fa Ah davvero?  e si riaddormenta.
Ursula Vonderbomben si sgola: ha stato Putin, urge altro pacchetto di sanzioni, riarmiamoci o i cavalli russi si abbevereranno alle fontane di Roma e quel demonio arriverà a Lisbona. 
Poi l’avvisano che quello è un altro copione. Ah davvero?

 

Morti di serie B (v.tabella): in Italia e in Europa scena muta.

 

Fratelladitaglia: non pervenuta
Tajani ministro a sua insaputa: non pervenuto
Papa: “Bisogna fermare l’inutile  strage” (l’ha copiata da Benedetto XV, 1917. Ma siccome  il copyright è scaduto e quello riposa in pace, non gli farà causa). 
[“Sferzata del papa” titola la grande stampa (Corsera) dei piccoli servi italioti in un’orgia di leccaculismo].
E poi: “Risparmiate i luoghi di culto” [sottotesto: per gli altri regolatevi un po’ voi; su mercati, abitazioni civili, ospedali, scuole, centri per la distribuzione di viveri e tutti i luoghi dove si radunano civili inermi, se non sono luoghi di culto, fate quello che vi pare]. 
E adesso scusate ma c’ho da ristruttura’ Castel Gandolfo.
Mattarella:  “Basta guerre!” tuona (oddio, tuona…). Poi lo informano che a Gaza non c’è una guerra ma un genocidio pianificato e sistematicamente attuato. Lui fa  Ah davvero?  e si riaddormenta.
Ursula Vonderbomben: ha stato Putin, urge altro pacchetto di sanzioni, riarmiamoci o i cavalli russi si abbevereranno alle fontane di Roma e quel demonio arriverà a Lisbona. 
Poi l’avvisano che quello è un altro copioneAh davvero?

 

IN EUROPA
Airbus (Francia), Bae Systems (GB), Leonardo (Italia) sono le aziende produttrici dei missili - e relativa componentistica - coi quali  l’Idf bombarda Gaza da 21 mesi.
Il Consiglio europeo vota per la non sospensione dell’accordo di associazione UE – Israele (che all’art.2 impone il rispetto dei diritti umani)
Scompare dai vocabolari la parola Genocidio. Chi la pronuncia è sanzionato, isolato, minacciato: come la giurista Francesca Albanese, portavoce ONU dei diritti umani nei paesi occupati, senza che nessuno, nemmeno l’Italia, muova muscolo in sua difesa. 
Nell’orwelliana neolingua* della feroce politica odierna e del giornalismo (cosiddetto) al soldo dei poteri forti, la parola genocidio porta con sé accuse di antisemitismo e fiancheggiamento di Hamas.

 

IN EUROPA (e nel mondo)
Siamo complici del genocidio.
Complici sono il nostro governo e tutti i governi che non sanzionano, non condannano, non fanno ogni sorta di pressione sul macellaio israeliano perché fermi il genocidio; che continuano - il nostro governo è fra questi - a vendere armi a Israele. 
Complice è il Vaticano, complice è Mattarella, complici sono tutti coloro che per indifferenza, interessi economici, giochi di potere, pregiudizio, razzismo, cecità e ignoranza, negano il genocidio. 

“Sta succedendo ora, sotto i nostri occhi. Vediamo tutto e tutto sappiamo: se non chiameremo il genocidio “genocidio”, non saremo perdonabili” (Tomaso Montanari)
 

 

 

*Lo scopo della neolingua era non solo quello di trovare un mezzo di espressione consono alla visione del mondo e alle abitudini mentali (…) ma anche quello di rendere impossibili tutti gli altri modi di pensiero. Quando la neolingua sarebbe stata adottata una volta per tutte (…) un pensiero eretico sarebbe stato letteralmente impensabile
(G.Orwell, 1984)
Foto Il Fatto Quotidiano
 Sara Di Giuseppe - 22 luglio 2025

21/07/25

MENARE COI LIBRI

     Caro non-amico ti scrivo lo stesso, così mi distraggo un po’… e te ne dico quattro. 

Sì proprio a te, Di Saverio Salomone medico d’ospedale. Che figurati se ne avevo voglia - chi ti conosce! - se non avessi tu, scritto e inviato ai 4 venti dei social quelle 2-3 artigianali, fermentate e ardenti pagine (di telefonino) - una prosa spiccia e sgarbata, a tratti contundente - contro il nostro Mìddio-Patata Emidio Girolami libraio ancora caldo nella cassa.

     Ma sai com’è, uno legge quello che increduli amici ti fanno leggere. E io ho letto e riletto, sotto il sole fuori della chiesa. Ma possibile? Ma chi è ‘stu matt? Mi sono dato dei pizzicotti, magari è solo un brutto sogno… Invece è vero! Allora ecco la rabbia, i pensieri e poi anche l’immaginazione: quando ti pare tutto un film e lo “vedi”, quello che dovrebbe essere il seguito, sacrosanto seguito.

     Tranquillo Salomo’, mo’ te lo dico. Tu intanto continua pure le tue guerracce stellari contro tutti in ospedale, guerre che hai acceso tu - mi dicono - perché tu sei bravo (si fa per dire…) ma strano, “sci nu matt”- si dice. Tanto che non vedono l’ora che te ne vai, o che ti cacciano. Ah, scusa l’inciso.

-          Dicevo di Patata, del film che non c’è e mai ci sarà, ma che (non solo io) immagino:

     La scena si svolge dentro la Chiesa dei Sacramentini, quasi alla fine della lunga messa funebre cantata. Quando improvvisamente il cielo (cioè il soffitto bianco, neanche viola…) si oscura e la musica cambia… e cresce una marcetta orecchiabile ma non volgare, tra il comico e il drammatico, come nei film muti in bianco e nero. E quando la platea (vabbè, della chiesa) prima rumoreggia e poi si agita - e trepidando tutti si fanno la croce - per poi esplodere in un applauso come a una mèta furiosa, quando Mìddio in carne ed ossa (135 kg) sprizza agile dalla cassa - ti ha riconosciuto laggiù in fondo, anche se hai la maschera - e con una serpentina da rugbista d’antan sguscia tra la gente, ti è addosso, ti placca, ti pesta. Giù botte da orbi. Ma mica con le mani, coi libri per miracolo materializzatisi lì in chiesa! 

Libri pesanti, quelli grossi inutili e costosi della Provincia e del Comune, quelli rilegati, spigolosi, dolorosi. Pure Bibbie.  Altro miracolo: prete-arbitro non fischia [“rigore è quando arbitro fischia”], tutto giusto e regolare, okkey i libri che menano! Però, se tu avessi avuto una decente frequentazione libresca, sapresti che “non tutti i libri vengono per nuocere”… 

E poi ancòra Alè-Alè-Alè, e canti, e inni, e ovazioni da stadio a non finire. 
Eccezionalmente con dissonanze di bossa-nova!… Questo ed altro, per Mìddio-Patata.

 

THE END

Questo filmone MENARE COI LIBRI, a Cannes Venezia e Berlino accatterebbe Palme e Leoni e Orsi d’Oro e statuette in quantità industriali.

Anche tu avresti la tua statuetta: come miglior protagonista menato!  - Al medico d’ospedale Di Saverio Salomone, da “giovane promessa” a “solito stronzo”-

[Calma: non è un insulto, ma una citazione arcinota di Alberto Arbasino].

Ah, ovviamente la statuetta in testa, come quel duometto in testa a Berlusconi.

                                                         

Per ora ho finito.

 

19.07.2025                PGC  alias Giorgio Camaioni amico di Mìddio-Patata.  Senza alcuna stima e senza alcun saluto.

13/07/25

Niente di nuovo all’orizzonte

 

    Quando i suoi Nuovi Orizzonti - ormai già lentamente morti - gli si chiusero del tutto, Mìddio-Patata-Emidio-Girolami, con quella faccia un po’ così con l’espressione un po’ così, la staccò dal muro della sua libreria e mi diede in custodia questa foto: Ernest Hemingway e la moglie che guardano paralleli, lontano… forse all’orizzonte, quella linea meravigliosa e terribile.

      Ma non c’era niente di nuovo all’orizzonte. Come oggi.

 

giorgio, 13 luglio 2025

11/07/25

“Sono già stato qui”

Foto Festival Spoleto

 
Spoleto  68°Festival dei Due Mondi 
 

Impermanence

Coreografia di 
Rafael Bonachela
 
Sydney Dance Company
 
Musica di
Bryce Dessner

Spoleto - Teatro Romano - 28 e 29 giugno 2025
 
 
       La consapevolezza dell’impermanenza di ogni cosa mi fa sentire che dobbiamo usare ogni momento - che ogni momento conta - e che la natura transitoria della vita ispira un bisogno di energia, urgenza e radiosità.  (Rafael Bonachela)
                        

 

       Bellezza e devastazione: sono i due poli dentro i quali si inscrive, si condensa e si snoda tutta la transitoria e precaria temporaneità - l’impermanenza - dell’esistenza umana e del pianeta.

 

È su questa fragilità che il coreografo riflette, questa ricrea sulla scena, rispecchiandola per antitesi nella cruda vitalistica energia della danza: “passi di danza per la fine del mondo”, è stato scritto, ma anche – o piuttosto – consapevolezza dell’imperfezione, occasione per auspicare una nuova etica dell’umano, che rigetti la muscolarità feroce del nostro tempo e nella riscoperta della precarietà ritrovi un’occasione forse non utopistica di rinascita nell’uguaglianza.

 

      Il messaggio filosofico si trasferisce dunque nella danza e il vocabolario di questa ne disegna l’urgenza e la necessità: accettare la potenza della fragilità, componente essenziale della bellezza, è questo il suo senso. 
Che sia la natura maestosa e materna minacciata dalla devastazione, o il monumento millenario distrutto dal caso o dall’umana follia, che sia la nostra stessa vita - dono mirabile e immeritato - tutti viviamo un eterno ritorno, un incessante ciclo di oscurità e luce: un sono già stato qui al quale la vertiginosa coreografia ci richiama con la fluidità delle sue forme, con la struggente bellezza dell’aggregarsi e abbracciarsi e separarsi dei corpi.
Ci dice, questa danza, che l’esistenza è quell’enorme, misterioso déjà-vu nel quale ciò che proviamo e sentiamo è sempre frutto di esperienza - nostra o di altri - già vissuta e ogni volta nuova e diversa. 

 

      La vertiginosa traiettoria della danza, l’ipnotico tessuto musicale degli archi dal vivo sul palco - quasi componenti essi stessi del movimento coreografico - disegnano quadri tanto di vorticosa fisicità quanto di aerea leggerezza. E il moto degli interpreti nello spazio scenico, ora commovente ed elegiaco ora vorticoso e di potente atletismo, disegna itinerari di emozioni che l’eccellenza non solo tecnica ma anche espressiva dei ballerini enfatizza, in poderosa alchimia con la partitura musicale.
Al centro di tutto questo moto - sussultorio e ondulatorio, si direbbe - fatto di smarrimenti e ritorni, nel vorticoso incedere come nel rallentare del movimento vi è l’uomo, con il suo titanismo dolente e spesso sconfitto.

È in questo, nell’intrecciarsi e sovrapporsi dei corpi in un finale ipnotico ralenti, nel magnetismo che si sprigiona da ciascuno degli straordinari interpreti, che la danza parla il suo linguaggio più umano e diretto: quello della coscienza - oggi offuscata ma forse non per sempre smarrita - della vulnerabilità e impermanenza dell’umano. 

Riconoscerla e riconoscersi in essa è il necessario puntello per fronteggiare la pena, per ritrovare una voce comune e un’utopia che ci salvi: perché “nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso”; e perché tutti…siamo già stati qui
 

“La nostra vita non può sottrarsi alla commedia né alla tragedia. In tal senso affermo che la condizione umana è vulnerabile, perché i volti della finitudine sono ineludibili”.
(Joan-Carles Mèlich, Essere fragili, 2024)


Le immagini presenti nell’articolo appartengono ai rispettivi proprietari e sono utilizzate al solo scopo di corredare il testo. 
Sara Di Giuseppe - 2 luglio 2025